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SE LO TENGO IN BRACCIO, LO VIZIO?

park-2967737_960_720A chi non piace stare in un posto sicuro, accogliente, comodo e caldo?

Durante la vita intra uterina questo spazio è l’utero della mamma dove il piccolo viene cullato dal ritmo del cuore e dalla voce della mamma, tranquillizzato dal movimento continuo. Questo stato di quiete, pace e sicurezza il bambino lo ricerca alla nascita, tra le braccia della mamma.Il pianto, la paura, la solitudine, lo sconforto, il freddo e il sonno trovano soluzione tra le braccia materne.

A quelle braccia il bambino desidera tornare, per molto tempo, ogni volta che si sente in difficoltà.

Le braccia della mamma (e dopo qualche mese dalla nascita anche quelle del papà!) sono per il piccolo la base sicura da cui partire per esplorare il mondo e quello stesso porto cui tornare ogni volta abbia bisogno di conforto e amore.

Tenere in braccio significa ricaricare d’amore il bambino, offrirgli “carburante” per affrontare le difficoltà delle vita, piccole o grandi che siano. Ciò che può inquietare, far soffrire, spaventare un bambino può non suscitare gli stessi sentimenti nell’adulto. Ma è importante tenere a mente il loro punto di vista, senza giudizio: solo il bambino sa cosa lo turbi e quando richiedere un po’ di forza e conforto. L’adulto accogliente, umile e attento risponde con un abbraccio quando questo viene richiesto, senza farsi domande o cercando un senso.

Per i primi anni di vita la domanda che accompagna la vita dei bambini è “mamma, papà, ci siete? mi amate? sono al sicuro?” (Biddulph, 2013) queste domande trovano risposta nell’amore e nell’affetto che i genitori offrono ai figli e la crescita non può procedere in modo sereno e lineare  sino a quando questi interrogativi non saranno soddisfatti.

Il bambino scenderà dalle braccia della madre, lascerà il seno e dormirà da solo quando sentirà naturale farlo. Maggiori saranno le scorte d’amore fatte nei primi anni di vita, prima conquisterà importanti competenze: di pensiero autonomo, di scelta, socialità, empatia.

Tenerli in braccio non è un mai un vizio, ma un gesto di amore incondizionato che darà forza e conforto.

Quando i bimbi crescono potrebbero sentire a volte il desiderio di tornare piccoli, perché diventare grandi è impegnativo! Eccoli allora chiedere nel modo più semplice che conoscono: “mi prendi un po’ in braccio?” Quando le scorte d’amore scarseggiano i bambini lo percepiscono e si difendono chiedendo vicinanza e affetto. Prendiamo in braccio anche i “grandi”, ci rimarranno per pochi minuti, per il tempo che serve loro per ricaricarsi e ripartire più forti sulla strada della vita.

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LA MAMMA, IL REGALO PERFETTO PER OGNI NEONATO

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(Caro bebè, il post di oggi è dedicato a te, per dar voce al tuo messaggio ancora troppo inascoltato. Speriamo possa funzionare..)

Gentili genitori, nonni, baby sitter, educatrici, datori di lavoro e chiunque voglia fare un regalo al bebè,

al bando sonagli, ciucci, carillon, mobiles, cullette mobili, seggiolini sonori e luminosi, gattini di peluche che possono abbracciare, tigrotti morbidi che si scaldano nel forno per dare calore e confronto alla colichette del piccolo, capi d’abbigliamento super tecnici per mantenere la temperatura corporea!

Da oggi, anzi da sempre, per il nostro bebè non c’è regalo migliore e pluriaccessoriato della propria mamma.  Un’unica soluzione per tutte le sue necessità: nutrimento, affetto, calore, intrattenimento, stimolo, consolazione, protezione. 

Ebbene si, signore e signori la mamma ha tutto ciò che serve, la mamma è all inclusive:

ella è sempre disponibile, h 24, non servono batterie, solo qualche ora di sonno al giorno per averla sempre perfettamente funzionante (se la si lascia qualche ora di più a dormire può essere anche di buon umore e certamente più performante…). 

Mamma nutre: ella offre latte caldo, specie specifico (ovvero perfetto per il neonato) al bisogno, senza necessità di altra strumentazione (n.b. per un corretto mantenimento del rifornimento latte, trattare bene il capezzolo, richiedere più volte di attaccarsi e ciucciare a lungo con gusto, senza schiocchiare e se possibile ricercare un ambiente silenzioso e poco illuminato).

Mamma scalda: la sua temperatura corporea è perfetta per regolare quella del bebè, stando a contatto non ci saranno problemi di raffreddamento o surriscaldamento. Non ci si può sbagliare. Mamma si spoglia e si copre a seconda delle necessità in perfetta autonomia, di giorno e di notte. 

Mamma culla: al bisogno, autoregolando velocità e direzione, la mamma ondeggia, saltella, rotea, con l’utilizzo di tutto il corpo. 

(La funzione si è dimostrata perfetta per l’addormentamento, la consolazione, la prevenzione di rigurgiti e coliche, la stimolazione tattile e lo sviluppo del legame d’attaccamento). 

Mamma canta e parla: la mamma è capace di parlare e cantare, dotata di un sensore speciale entra in funzione con il pianto, il sorriso e i vocalizzi. Li legge come richiami per iniziare a gorgheggiare, narrare ciò che accade, cantare filostracche e canzoncine, fare buffi versi tendenzialmente acuti perché sa essere più apprezzati. 

(Ottima funzione per l’addormentamento, la noia, l’accompagnamento al cambio pannolino, il dolore e la frustrazione, la cura della relazione).

Mamma intrattiene: all’apice delle braccia che cullano è dotata di mani. Esse possono roteare, chiudersi, aprirsi, battere l’una con l’altra offrendo stimolo per la vista, l’udito, il tatto. 

Ottimi gadget per la consolazione, per i massaggi al pancino per la stitichezza, per le bottarelle sul sedere (ideali per l’addormentamento). 

In esclusiva per voi, le mani sono dotate di dita, strumenti perfetti per la rimozione di strani oggetti nel cavo orale del bebè, per la cura di unghie e capelli, per vestire e spogliare. 

Accessori di Mamma: Mamma è dotata di cavo orale e narici che possono intrattenere il piccolo durante la poppata. Sa sorridere e fare smorfie buffe che divertono, stimolano l’intelligenza e favoriscono lo sviluppo del legame d’attaccamento. 

Sulla testa possiede i capelli, ottimo anti stress: possono essere accarezzati, attorcigliati, tirati (senza esagerare altrimenti si rischia la caduta o il taglio netto), se sono lunghi Mamma li agita sul viso del bebè per scatenare ilarità.

Mamma può essere dotata di bracciali, orecchini, collane, occhiali per rendere più interessate l’esplorazione tattile, visiva e uditiva durante l’incontro. 

Perché tutto funzioni Mamma non dev’essere sovraccaricata di stress, deve essere confrontata, sostenuta, ascoltata, aiutata nelle faccende domestiche.

L’uso è consigliato dalla nascita fino ai 9 mesi per 24 ore al giorno.

(la funzione “scalda” è garantita anche quando la mamma è sotto carica).

Ridurre poi in modo graduale in base al bisogno e al piacere. 

E’ possibile la versione maschile, per tutte le funzioni, tranne “nutre”, per la quale è prevista una variante. 

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Fidati di me!  Educare nella fiducia

 

baby-3109433_960_720.jpgSono al parco giochi con le mie figlie. Mi guardo intorno e vedo un nonna cercare di fermare il nipote dal raccogliere qualcosa da terra, dopo qualche tentativo questa è la frase che ne esce: 

“Se lo tocchi ti giuro che ti sgridò così tanto da non farti dormire stanotte”

Quest’affermazione che potrebbe apparire scioccante è, probabilmente, l’ultimo tentativo di una nonna disperata dal non riuscire a farsi obbedire che ha terminato strategie e pazienza.

La domanda che dovremmo porci non è tanto perché quel bambino non faccia ciò che gli viene chiesto, quanto:

Perché questo bambino non si fida di quello che dice la nonna?

La fiducia è un sentimento che va conquistato e con il quale bisogna prendere confidenza.  Fidiamoci del bambino per fargli sperimentare e vivere la fiducia. In questo modo saprà riconoscere questo sentimento e riservarlo anche all’adulto educante.

La minaccia, la punizione e il ricatto si materializzano quando la parola dell’adulto non è, agli occhi del piccolo, sufficientemente significativa né riconosciuta come una guida, una guida di cui fidarsi.

Per educare nella fiducia, dovremmo far si che il bambino possa riconoscere il valore delle nostre parole, fidarsi di quelle parole perché scelte e pensate per supportarlo nel percorso di crescita. Se il bambino percepirà la maggior parte delle parole dell’adulto come ostacolo egli tenderà a non riconoscere ed ascoltare neanche quelle significative.

Ciò renderà più facile la strada a ricatti, punizioni o minacce.

Perché il bambino impari a fidarsi serve che le parole dell’adulto abbiano una ricaduta concreta sulla vita del bambino: egli deve poter sperimentare quanto quelle parole lo possano aiutare, per davvero.

Ad esempio proviamo a dire:

“Sorreggi la brocca con due mani, così non rischierai di farla cadere”.

“Non parlare mentre ti arrampichi: sarai più concentrato”

invece che:

“Lasciala giù che la rompi!”

“scendi che è pericoloso!”

Ciò lo renderà sensibile alla parola dell’adulto e il bambino imparerà a fidarsi di quelle parole perché saprà che saranno state scelte per la sua crescita e il suo benessere. Se il bambino si limita a percepire la parola dei “grandi” come ostacolo al soddisfacimento dei suoi bisogni o alla realizzazione dei suoi progetti tenderà a mettere in dubbio e in discussione costantemente quella stessa parola, anche quando questa vorrebbe essere davvero d’aiuto e di sostegno:

“ Dobbiamo andare, è troppo freddo ora.”

Prima di parlare l’adulto dovrebbe ponderare attentamente quali parole pronunciare con quale giustificazione e con quale tono per non sprecare occasioni di relazione serena che sa di fiducia e per cercare nel bambino un collaboratore, non un avversario.

Si innescherà così un circolo virtuoso: più il bambino sperimenterà che le parole ricevute sono un aiuto alla crescita più darà fiducia a quelle parole e meno egli sarà predisposto alla difensiva e al dubbio.

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Mamma, chi è “tre”?

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Mamma, chi è “tre”?

Questa la domanda che mi ha rivolto Lea (3 anni), una mattina di dicembre.

Che 3 è un numero, Lea lo sa. Come contare fino a 3 anche. Così mi sono chiesta: “come posso dargli una risposta che le insegni qualcosa in più di quel che sa?”

Montessori ci dice spesso nei suoi testi che ciò che conta è mantenere vivo l’interesse e “sfruttare”, “prendere al volo” le domande dei bambini. Ovvero, quando la curiosità del bambino si posa su un argomento è l’occasione perfetta per parlarne e seminare, certamente il terreno si rivelerà fertile. 

Così ho letto quella domanda, come il momento opportuno per fare una breve ed attraente “lezione” di matematica. Ho preso un foglio e ho scritto 3 e poi ho improvvisato una sorta di racconto mentre scrivevo lentamente tutti i “protagonisti” :

“Ma 3 non è solo, vicino a lui c’è 2 e 4 che a loro volta hanno dei vicini. 1, 5. E poi c’è 6, 7,8,9 il più grande di tutti. lnsieme formano la famiglia delle unità.”

Poi ripentendo lentamente i numeri abbiamo messo i pallini sotto ciascun numero. Con i chicchi di riso, Lea ha riempito ciascun pallino, andando a svolgere un esercizio di conta dall’uno a nove. 

Il tutto è durato una decina di minuti, tempo massimo prima che il suo interesse venisse meno. 

Non occorre possedere materiale scientifico montessoriano per avvicinare a casa i bambini alla matematica, alla lettura o alla scrittura o alla geografia, anzi al contrario: il materiale didattico deve stare a scuola in mano a maestre formate per utilizzarlo al meglio. A casa, i piccoli, devono trovare materiale costruito, improvvisato e abbozzato da mamma e papà, che profuma di casa che sia caldo, domestico ed unico. 

Ciò che conta è invece la modalità con cui Montessori ci insegna ad insegnare: 

Non interrogare il bambino;

Incantarlo con la narrazione;

Mantenere vivo l’interesse non offrendo spunti di riflessione troppo complessi o troppo semplici, ma un po’ più difficili rispetto a ciò che il bambino già sa;

Essere semplici, profondi e scientifici contemporaneamente;

Adattare la lezione al ritmo e alla modalità più consona per quel bambino;

Ricercare sempre ordine ed eleganza nell’esporre il materiale.

Ciascun genitore può riuscirci, ascoltando il proprio bambino, lasciandosi andare alla propria fantasia e facendo propri strumenti di “lavoro” come ceci, cucchiai, pentole, spugne, spazzolini, terra, farina, fogli, colori e chissà cos’altro…

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“Ma che fai?!”

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Nina, 2014 “il porta spezie”

“Ma che cosa stai facendo..?” pensano mamma e papà, vedendo una figlia arrampicarsi su un porta spezie.

Ho ritrovato questa foto e ho pensato di condividere una riflessione. Nina, si era stufata di infilare i barattoli delle spezie nei fori (attività di sviluppo della manualità fine). Il suo interesse stava andando altrove: movimento, equilibrio, provare a rispondere alla domanda “riuscirò a salire qua sopra in piedi?”.

Noia e/o  frustrazione invitano i bambini a ripensare a ciò che hanno davanti:

“Mi sono stancato di pestellare…. adesso uso il pestello da microfono!”

“Non riesco ad infilare questa perla nel filo: lancio tutto!”

Questo pensiero, non lo rendono esplicito, ovviamente, e ciò che offrono all’adulto è solo il comportamento che ne consegue: il lancio di perle e filo, la cantata a squarciagola con il pestello e l’arrampicata!

La Montessori la chiamava umiltà, quella virtù del genitore e della maestra di rivedere un proprio progetto o una propria intenzione a favore del bisogno del bambino.

Il pensiero umile è: “Di ciò che stai facendo, che ti ho allestito e proposto con gioia ed entusiasmo, non te ne può importare di meno. Ora hai bisogno d’altro”.

L’altra virtù che Montessori, forse troppo fiduciosa nel genere umano, attribuiva all’adulto educante è la pazienza.

il pensiero paziente è: “Ora ti osservo per qualche istante “maltrattare” il  mio lavoro per capire dove diamine vuoi andare a parare….che cosa vuoi?”

Il bambino agendo mi dice delle cose, la mia predisposizione all’ascolto e all’accoglienza della sua estrosità, mi può far capire il suo volere.

Ora è tempo di agire.

La parola attenta ed amorevole può manifestarsi:

“Non hai più voglia di pestellare. Forse ti sei stancato. Riponi pestello e mortaio e cerca qualcos’altro da fare che ti interessi. Se ti torna la voglia di pestellare, sai dov è!”

“Sei stufa di infilare i barattoli delle spezie. Riponiamolo e usciamo, andiamo in giardino, potremmo arrampicarci un po’”

“Non riesci ancora ad infilare le perle nel filo. Non preoccuparti, vedrai che con un po’ di esercizio diverrai abile Riponiamo il lavoro insieme. Vuoi infilare questi bottoni nella scatola forata? o preferisci fare altro?”

Ma stava già cantando con il pestello e arrampicandosi, perché impedirglielo?

Il pestello non è un microfono e il porta spezie non è un rialzo. Il loro scopo è un altro. Confondere e liberamente interpretare gli scopi degli oggetti non è sempre possibile (se mi pettino i capelli con la forchetta come Ariel, non mi è consentito.. così come bere dal vaso dei fiori, giocare a palla con la sfera in vetro della neve…) e la capacità di discernere possibile da impossibile, pericoloso/innocuo, igienico/anti-igienico non può essere posseduta da un bambino piccolo (matura con il tempo), pertanto il pestello pestella e basta.

Per ogni azione un oggetto, uno spazio ed un tempo.

Indicare questi confini è responsabilità dell’adulto educante, scegliere cosa si ha voglia di fare è diritto del bambino.

 

 

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“Dimmi perche’ piangi!?” “Ma io non so parlare!!”

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Oggi parliamo di pianto. Quanto è frustrante il pianto inconsolabile di un bambino che ancora non sa comunicare in altro modo? Quanto ci si sente impotenti?

Proviamo a capire se ci sono delle strategie per gestire la situazione, ricordandoci sempre dell’enorme potere del contagio emotivo: se io sono calmo, trasmetto calma e genero calma; se sono irritato genererò irritazione.

Poniamo il caso di trovarci di fronte a Giuseppe, di anni uno.

Possiamo essere: la sua mamma o il suo papà, la sua tata, un nonno o una maestra.

Giuseppe piange, non ancora disperatamente ma piange. Sentiamo la responsabilità di mettere a tacere quel pianto.

Come?

Iniziamo con il provare a pensare di voler rispondere ad un bisogno, invece che voler modificare il comportamento del bambino.

Andando per esclusione, eliminiamo ciò che può risultare inefficace o addirittura dannoso.

Non serve….

…chiedere a Giuseppe di smettere di piangere;

…sgridarlo: piangere non è una colpa, ma una manifestazione del proprio sentire;

…lasciarlo solo: ne patirà la sua autostima e crederà di non essere amato.

Quindi che fare?

Facciamo una analisi graduale delle possibilità dell’origine del pianto di Giuseppe.

Primo livello

Indaghiamo il soddisfacimento dei bisogni primari:

-ha male? (è caduto? ha il ventre molto contratto? si è ferito? ha la febbre?)

-ha sete? (da quanto non beve? fa caldo?)

-ha fame? (da quando non mangia?)

-ha freddo? (tocco mani e piedi, schiena)

-ha caldo? (è sudato nel collo?)

-ha sonno? (da quando non dorme? come ha dormito durante il riposo precedente? sfrega gli occhi? si tocca le orecchie? china di lato la testa?)

Naturalmente capissi che una di queste può essere la causa del pianto, risolvo il bisogno, se non è possibile farlo nell’immediato lavoro per soddisfarlo e nel frattempo lo consolo e lo aiuto nella gestione della frustrazione: “Hai fame, lo so. Vieni in braccio a me, andiamo a preparare il pranzo”.

Giuseppe non piange più (o un po’ meno, perché ci stiamo dirigendo in cucina…).

Se non si tratta di un bisogno primario, Giuseppe piange ancora.

Quindi è necessario passare alla fase 2.

Secondo livello

Se Giuseppe piange ancora forse ha bisogno di contenimento, coccole, rassicurazione. Magari si sente disorientato, qualcosa lo spaventa (le luci, un suono, soffre dell’assenza della mamma).

E’ questo il momento per provare a cullarlo, accarezzarlo e tenerlo stretto fino a quando, soddisfatto e sazio dell’affetto ricevuto non darà segni di voler scendere a terra.

Ma magari Giuseppe non ha voglia delle coccole, non si da pace neanche in braccio.

Allora l’indagine necessita lo slittamento al terzo livello.

Terzo livello

Arrivati a questo punto ciò che può generare il pianto di Giuseppe è la noia.

Può essere che Giuseppe non trovi nulla nell’ambiente in cui si trova che desti il suo interesse.

In questo caso la sua fame è psichica. Vuole fare qualcosa di interessante.

Ecco necessario osservare l’ambiente e chiedersi: può Giuseppe in autonomia raggiungere e manipolare qualcosa di interessante che possa regalargli un’esperienza educativa?

Se la risposta è no, non mi resta che provare ad estinguere il suo pianto ponendo alla sua portata un materiale da manipolare o una semplice attività da svolgere:

-un cestino dei tesori

-una palla morbida

-uno strumento musicale

-due contenitori identici per travasare noci

-anelli in legno da infilare in un’asta rigida

-un po’ d’acqua in un catino da osservare, manipolare, travasare (se estate o in casa..).

Il pianto, che poi si trasformerà in parole, è sempre motivato è pertanto va accettato, accolto ed ascoltato.

Offrire ad un bambino assettato o assonnato un travaso e’ frustrante: egli smetterà di piangere solo per sfinimento, senza toccare o lavorare concentrato con il materiale proposto. Così dare da mangiare o invitare al sonno un bambino che vuole “lavorare” ovvero sfamare il suo bisogno di sapere e di crescere è inutile.

Se Giuseppe riceverà comprensione ed ascolto sarà poco nervoso e molto fiducioso nell’adulto che si occupa di lui.

Lentamente l’adulto può imparare a prevenire il pianto e leggere ed interpretare i segnali del bisogno che precedono le lacrime.

Per farlo occorrono “solo” due virtù, che la Montessori definiva pazienza ed umiltà.

 

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Mamma, ma tu muori?

little-girl-1894125_960_720“MAMMA ESISTE BABBO NATALE?”

“DOV’E’ E’ ANDATA LA NONNA QUANDO E’ MORTA?”

“TU MUORI? E IO? COSA MI SUCCEDERA’?”

Eran le nove al dilà del porto

si sente dire che il grillo l’è già morto

larincuinfararillalero larinciunfararilla

Eran le dieci al dilà del prato

si sente dire che il grillo è sotterrato

larincuinfararillalero larinciunfararilla

questo è l’ estratto di una canzoncina da cui sono partite le domande di mia figlia di 4 anni su: morte, sepoltura, paradiso.

Non dire la verità, significa mentire.

La scelte da fare sono molteplici quando si intende rispondere.

Scegliere se dire la verità è la prima scelta.

Optato per la verità, bisogna decidere come porsi nei suoi confronti.

I genitori hanno la responsabilità dell’educazione morale dei propri figli e se non se ne occupano qualcuno lo farà al posto loro.

Ciascuno ha le proprie idee in merito alle credenze e alla spiritualità. Si può essere credenti o laici e in ogni caso si può scegliere di prendere una certa posizione verso le domande dei propri figli.

E’ onesto dire ad un bambino che non esiste una verità assoluta, ma che ciascuno sceglie la risposta che lo fa sentire meglio? Non so, ma è ciò che ho scelto di fare io.

Babbo Natale

Babbo Natale esiste se vuoi che sia così. 

Nessuno non lo sa con certezza, perché nessuno l’ha mai incontrato. 

E’ una storia che viene narrata da moltissimo tempo che rende felici grandi e piccini. Lo stesso personaggio prende nomi diversi a seconda del paese in cui vivi. Ma ovunque è un personaggio che rende magico un importante periodo dell’anno. 

Se vuoi puoi credere che esista, oppure no. 

Se ci credi, come te lo immagini? 

La morte

Quando si muore il cuore smette di battere e il corpo si spegne, non funziona più. Non entra aria nei polmoni, non circola più il sangue e gli organi si fermano definitivamente. 

Il corpo degli uomini in tutto il mondo viene sepolto o bruciato, per motivi igienici e per rispetto. Cosa succeda ai propri pensieri o alla propria anima, nessuno lo sa con certezza. Nel tempo sono nate molte storie: qualcuno ha descritto il paradiso e l’inferno come posti in cui si torna a vivere (tralascerei il concetto di premio e punizione…), qualcuno la reincarnazione: la nostra anima va ad abitare un nuovo corpo e torniamo al mondo sotto altre sembianze. 

Qualcuno ama pensare che i nonni quando muoiono diventino stelline nel cielo che continuano a guardarci. 

L’unica certezza che abbiamo è però cosa succeda al nostro corpo. 

Il resto è costruito dai popoli in base al proprio sentire, bisogno e piacere. 

A questo punto si può esprime il proprio pensiero e chiedere quello del bambino.

I genitori con forti convinzioni o credenze che desiderano tramandare ai propri figli, ritengo debbano “esporsi” offrendo la loro posizione in merito all’argomento. Ciò può non escludere comunque l’illustrazione dell’esistenza di altre tesi ed opinioni. La credenza di mamma e papà è giusto che sia conosciuta dai figli che dovrebbero potere essere coinvolti, contagiati dai valori familiari e allontanarcisi nel momento in cui sentissero di non riconoscersi.

La stessa trasparenza ed onestàè importate, a mio avviso, offrirla in ogni risposta che si da ad un bambino: “cosa succede quando si soffoca?” “cos’è il tumore del nonno?” “ma tu muori?” e così tante altre.

Ritengo i bambini molto più forti e pronti ad accogliere la verità, la differenza e l’incertezza di quanto si creda. Sanno elaborare in modo razionale e profondo attraverso importanti associazioni di idee vissuti ed emozioni di varia natura.

Ritengo non si debba sottovalutare la loro intelligenza, ma elogiarla attraverso il rispetto, la verità e l’investimento di tempo ed energia per rispondere scientificamente ed esaustivamente alle loro domande.