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bambini dipendenti

SAMSUNGIo e Nina amiamo passeggiare. Durante I primi mesi della sua vita approfittavo dei suoi lunghi sonni per fare lunghe camminate con lei stretta a me nella fascia. Percorrevo anche 3-4 km alla volta. Ora Nina cammina e adora farlo il più possibile. Le nostre camminate sono molto cambiate: usciamo di casa, rientriamo dopo un’ora e magari abbiamo fatto solo il giro dell’isolato. Io mi prefiggo sempre una meta, spesso in maniera troppo ottimistica..ma quando usciamo per passeggiare, e non per andare in luogo preciso, decido di seguire il suo ritmo e i suoi desideri, come lei ha fatto con me quando era in fascia…

Così quando siamo in casa, quando mangiamo, quando è ora di dormire…in ogni occasione cerco di darlelibertà di scelta, ovvero cerco di ascoltare quello che è il suo volere.

La libertà di scelta non si limita a fargli fare un gioco piuttosto che un altro. Concedere libertà è una scelta che comorta costanza, coerenza e un po’ di fatica e sacrificio. Noi genitori possiamo offrire ai bimbi già molto piccoli di scegliere come codurre la loro esistenza. Possiamo farci accompagnatori e lasciare che lui si orienti nel mondo seguendo i suoi gusti, la sua indole, i suoi desideri così come facciamo noi, mostrandogli limiti, regole e rispetto per l’altro. Odieremmo chi provasse ad impedirci di fare ciò che deisideriamo. I limiti che noi adulti poniamo a noi stessi, sono doveri che abbiamo introiettato. Essi servono per tutelarci e per poter convivere civilmente con gli altri. Ma al di fuori di questi obblighi che riconosciamo e rispettiamo, scegliamo ogni iorno come trascorrere il no

stro tempo.

SAMSUNG Perchè deve essere un privilegio solo dell’adulto? PErchè il piccolo uomo nno goderne già in tenera età? Principalmente perchè temiamo di perdere il “potere” e il controllo su di lui.

Ma un’alternativa è possibile.

Possiamo concedere al bambino la libertà. Possiamo lasciare ceh scelga come muoversi, dove stare, quanto mangiare, la velocità con cui fare le cose, cosa fermarsi ad ammirare.

E’ naturale e scontato che ciò debba avvenire nel rispetto di certe regole base indiscutibili, ma all’interno delle quali il bambino può sentirsi libero id spaziare invece che continuamente condotto dall’adulto: “ Fai questa! Gioca con quello! Guarda questo! mangia quello! stai dritto! non saltare! fai piano! non toccare! non mettere in bocca! muoviti! calmati! cammina! fai in fretta! non urlare! fai ciao con la manina!”

La dipendenza dagli altri è una condizione che solitamente connotiamo negativamente, ma bisogna ricordare che le “regole relazionali” si imparano e si introiettano qandi si è bambini.

I bambini dipendenti saranno adulti dipendenti. Dopo la mamma cercheranno sempre qualcuno che indichi loro cosa fare, come, quando e perche’.

“A volte ho l’impressione che mio figlio mi comandi”. Questa sensazione possiamo leggerla come il desiderio del bambino di scegliere per la sua vita: egli desidera essere padrone della propria eistenza, coem l’adulto. Non vuole essere comandato, ma neanche gli importa comandare!

La sua personalità è in formazione. Egli ha bisogno di spazio e tempo per emergere, di occasioni per crescere e manifestarsi e noi genitori abbiamo il privilegio di poter essere i primi spettatori!

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Il nostro “ bruchetto” ha bisogno di tempo, di spazio, di libertà per dispiegare le ali e farsi farfalla. Ciò lo sa fare da solo. Noi dobbiamo soltanto aiutarlo a non cascare dal ramo.

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IL VECCHIO E IL BAMBINO

 

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Il pianto del bambino è programmato biologicamente per essere “irrestitibile”. Il suo scopo è attirare l’attenzione dell’adulto, perchè dietro al pianto c’è sempre un bisogno. Ma a volte l’adulto si crede forte d’animo perchè è in grado di resistere, di non cedere al pianto e questa sua forza è premiata dalla società perchè, così facendo, non si è mostrato debole.

 

FORZA D’ANIMO?! Si, l’ho sentita chiamare così l’indifferenza verso il pianto di un bambino.

Ma non rispondere al pianto del proprio bambino non è forza, è insensibilità ed ignoranza.

 

Il pianto è il linguaggio del bambino che ancora non parla, così come i sorrisi, i movimenti del corpo etc.. Potesse usare la parola ci direbbe: “ho fame!” “ho sonno!” “sono annoiato” “voglio venire un po’ in braccio”. Non potendo comunicare verbalmente, usa il pianto. Acuto, fortissimo. Proprio per non passare inossservato.

Ma niente. Quanti passeggini urlanti si vedono per la strada? Spinti da genitori e nonni che continuano imperterriti per la loro strada come se niente fosse? “Prima o poi smetterà”.

Qualche tempo fa, ero in coda alle 12.30 di una domenica per prendere la fagiolata del quartiere. In coda poco più avanti di me c’era una bambina di un 1 anno e mezzo circa  legata sul passeggino viola in volto da quanto strillava. La madre e la nonna erano alle sue spalle che tenevano il passeggino e chiacchieravano abilmente del più e del meno. Io non potevo capacitarmene. Mi sono dovuta allontanare perchè per me, una estranea, quel pianto totalmente inascoltato era insopportabile, mi lacerava i timpani. Ciò che più mi ha sconvolto è la totale indifferenza del resto dei presenti. Qualcuno lanciava uno sguardo, ma poco altro.

 

Il mio pensiero è questo:

 

Se al posto di quella bambina ci fosse stato un anziano o un disabile, anche loro in carrozzina, anche loro dipendenti dall’adulto, anche loro fragili e da proteggere e anche loro incapaci di esprime il proprio disagio a parole? Cosa sarebbe successo? Come minimo l’adulto che se ne occupava sarebbe stato denunciato! O almeno avrebbe destato indignazione generale. E invece, essendo solo una bambina, non c’era nulla di strano e nulla di male.

 

Ciò mi ferisce, profondamente, ho sofferto, in quell’occasione, come se quella bimba fosse stata la mia. Era chiaro che era stanca (erano 40 minuti che eravamo in coda!) forse aveva fame, forse il sole sotto il quale eravamo le dava noia, forse voleva stare in piedi o forse voleva solo che qualcuno la guardasse. Qualsiasi fosse il suo desiderio è rimasto totalmente inascoltato. Ha pianto tanto e forte per nulla.

dobbiamo ricordarci che i bimbi a forza di piangere e non venire ascoltati ad un certo punto smettono di piangere, non perchè abbiamo soddisfatto il loro bisogno, ma perchè si rassegnano al non ricevere riposte.

 

“Le nostre risposte gli danno la conferma che il suo pianto, ma anche il suo sorriso, i suoi gesti, le sue espressioni, “servono a qualcosa”, stabiliscono un dialogo, lo pongono nel ruolo di protagonista, gli danno fiducia in se stesso e negli altri perchè i suoi sforzi di comunicare non sono vani” (Nessia Laniado Perchè piange? Capire il pianto del bambino per provvedere al meglio. Ed. Red, Milano, 2007)

Diffidate sempre da coloro che scrivono su riviste o consigliano in tv che resistere al pianto di un bambino è segno di autorità, di forza, di autocontrollo perchè è solo una forzatura, un atteggiamento anti-naturale che non può che arrecare danno al bambino e alla sua relazione con l’adulto. L’empatia non si insegna a parole, ma con i fatti, con l’esempio.

Ringrazio la mia mamma e il mio papà per ogni volta che il mio cuore soffre davanti all’indifferenza, e alla sofferenza degli altri.

 

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ORA NON POSSO, DEVO LAVORARE!

Dire che il gioco dei bambini è un’attività serissima è la sacrosanta verità!

L’attività di gioco è quanto più l’adulto deve tutelare con ogni sforzo: giocare per il bambino non significa svagare, perder tempo, sprecare energie, ma, come ci racconta bene Maria Montessori è un vero e proprio lavoro.

nina al lavoroIn quell’attività c’è tutto l’impegno fondamentale per la costruzione della propria persona. Il bambino di 9 mesi intento ad afferrare sta, ad esempio, sviluppando la manualità e di conseguenza amplificando la capacità di agire sul mondo. Il bambino di 1 anno e mezzo che sposta, riordina, travasa sta catalogando le informazioni che raccoglie dall’ambiente sperimentando materiali e mettendosi alla prova. Quando pensiamo al termine “lavoro” immaginiamo un’azione faticosa da terminare il più rapidamente possibile cercando di impiegare il minor sforzo. Il bambino al contrario dell’adulto affronta il suo lavoro con il desiderio e lo stupore di scoperta, di crescita e di soddisfazione. A dividerci è l’obiettivo: l’adulto mira al riconoscimento sociale, economico e al prodotto. Il bambino è concentrato sul proprio sviluppo intellettivo, fisico ed emotivo. Ecco che spesso non comprendiamo l’opera del bambino e lo esortiamo con frasi come: “Vieni che facciamo qualcosa!”, quando il piccolo è alle prese con un cassetto da svuotare e riempire nuovamente. Se può apparirci un’azione banale ed inutile, è invece adatta e stimolante per apprendere nuove conoscenze e per raffinare i movimenti grossi e fini. Il bambino è un grande scienziato sempre pronto a sperimentare attraverso esperienze sensoriali. Scopre così le quantità, il peso, la flessibilità, la duttilità, la temperatura, le dimensioni o la fragilità di un oggetto. Il movimento del “piccolo esploratore” parte dal proprio corpo, passando per quello della mamma (quanto ci toccano ed esplorano capelli, occhi, naso, ciglia, mentre poppano al seno…), e arriva infine ad allargarsi all’ambiente circostante. Quanto più lasciamo i bambini liberi di misurarsi in attività a volte anche incomprensibili a prima vista, tanto più alimenteremo lo scienziato in formazione. Il modo migliore per capirli è osservarli, intervenendo solo in caso di evidente necessità o pericolo. Noi siamo presenti e loro complici, pronti  a capire e adattare sempre più l’ambiente alle sfide che ci pongono davanti agli occhi.